Trump bannato dai social media: perché si parla di “deplatforming”

Trump bannato dai social media: perché si parla di "deplatforming"

Tutto è iniziato con la sospensione temporanea dell’account Twitter di Trump durante l’assalto a Capital Hill, il 6 gennaio 2020, a cui avevano fatto seguito diverse decisioni simili da parte delle altre piattaforme: Facebook e Instagram, per esempio, avevano bloccato gli account del presidente uscente per 24 ore. Le cose, però, sono presto precipitate e quelle che dovevano essere misure momentanee per ridurre il rischio di un exploit di violenza di piazza durante la ratifica della vittoria democratica si sono trasformate in misure a tempo indeterminato, con Trump bannato dai social media a tutti gli effetti.
Perché twitter ha optato, prima degli altri, per la sospensione definitiva di @realdonaldtrump
Zuckerberg è stato il primo, già giovedì 7 gennaio 2020, ad annunciare che gli account Facebook e Instagram di Trump sarebbero rimasti bloccati per un tempo indefinito, almeno fino all’insediamento e per garantire una transizione verso il governo Biden quanto più «pacifica e rispettosa della legge» possibile.

Come già in altre occasioni, però, sono state soprattutto le decisioni di Twitter a creare il caso e ad attirare l’attenzione dei più su Trump bannato dai social media. Dopo il blocco di dodici ore, e in parte ignorandolo, il presidente uscente si era rivolto infatti, venerdì 8 gennaio, ai propri follower definendo gli elettori repubblicani dei «patrioti americani» e promettendo che non sarebbero mai stati «trattati in maniera irrispettosa o sleale» da nessuno; ancora, aveva confermato con un tweet le voci che già circolavano riguardo alla sua assenza alla cerimonia di passaggio delle consegne del 20 gennaio 2020. Di tutta risposta Twitter ha deciso di sospendere @realDonaldTrump definitivamente perché, spiega in una lunga nota ufficiale il team di Dorsey, le parole del presidente violano le policy della piattaforma sulla glorificazione della violenza e, «sulla scia delle tensioni del momento negli Stati Uniti» e «per come possono essere interpretate fuori e dentro Twitter», rischiano di incitare alla violenza. L’account personale di Donald Trump è così al momento irraggiungibile tramite ricerche sulla piattaforma e a chiunque lo visiti direttamente – tramite vecchie @menzioni, per esempio – viene mostrato l’annuncio standard per gli account sospesi a causa di violazioni delle regole di Twitter.
Provando a raggiungere @realDonaldTrump su Twitter si visualizza (11 gennaio 2021, 17:36) il solo disclaimer standard utilizzato in caso di sospensione degli account per violazione delle policy della piattaforma. Fonte: Twitter
Come racconta The Verge, però, Trump avrebbe già provato in diversi modi ad aggirare il blocco di Twitter. Non c’è da meravigliarsene, rincara la dose Politico, considerata la passione che il repubblicano ha mostrato fin dalla prima campagna presidenziale per i cinguetti da 140 caratteri, usati indiscriminatamente per trollare gli avversari politici o guadagnarsi l’attenzione costante della stampa; come non c’è da meravigliarsi che Trump sia letteralmente «furioso» per aver perso uno dei suoi «megafoni» preferiti, continua la testata. Per tornare ai tentativi di aggirare la sospensione su Twitter, comunque, il presidente uscente avrebbe prima sfruttato l’account di @POTUS, ancora in suo legittimo utilizzo fino al 20 gennaio 2020, per twittare messaggi criptici e controversi con cui ha accusato la piattaforma di minare da tempo la libertà di stampa, ha nuovamente definito «patrioti» i propri elettori e, soprattutto, ha in pompa magna annunciato la «creazione di una […] piattaforma» social proprietaria.
Trump ha provato a eludere il blocco permanente dell’account personale twittando da @POTUS messaggi tutto tranne che istituzionali: i tweet sono stati quasi immediatamente cancellati, prima di apparire identici su un altro profilo Twitter in uso allo staff della campagna elettorale repubblicana. Fonte: The Verge
I messaggi sono stati dopo poco cancellati, prima di comparire identici su un account del @TeamTrump utilizzato in genere dallo staff della campagna elettorale repubblicana. Da qui è stata condivisa anche un’immagine in cui l’uccellino del logo di Twitter era colorato in rosso anziché celeste, con falce e martello: la non troppo velata accusa di essere filocomunista si aggiunge alle più vecchie accuse di Trump secondo cui Twitter in particolare e più in generale le piattaforme digitali sarebbero portatrici di un certo bias progressista.
Da @TeamTrump, un account Twitter in uso allo staff della campagna presidenziale repubblicana, è stato twittato anche l’iconico uccellino di Twitter in rosso e con falce e martello: l’accusa, tutt’altro che velata, è ancora quella che i social in generale, e Twitter più nel dettaglio, siano portatori di un bias “di sinistra” e abbiano politiche filocomuniste. Fonte: The Verge
Anche l’account @TeamTrump è stato al momento sospeso, sorte che del resto, continua The Verge, è toccata anche a @garycoby, il digital director della campagna Trump 2020: secondo alcune ricostruzioni, egli avrebbe messo il proprio profilo Twitter a disposizione di Trump perché lo utilizzasse mentre quello ufficiale restava sospeso. Da Twitter però sembrano già aver preso le dovute precauzioni perché Trump non continui ad aggirare il ban twittando da account diversi o sotto nomi diversi (così, almeno, la compagnia avrebbe dichiarato a Mat Honan, executive editor di BuzzFeed).
Come va in scena la “depiattaformizzazione” di trump
Trump bannato dai social media più frequentati e da più utenti in tutto il mondo sembra, comunque, solo la punta dell’iceberg di una più consistente operazione di “depiattaformizzazione” (l’inglese “deplatforming” è il termine utilizzato in gergo per riferirsi alla cancellazione o alla volontaria riduzione della visibilità di un utente o di una certa categoria di contenuti all’interno di un ecosistema digitale) di cui l’ex presidente repubblicano è stato oggetto successivamente al voto del 4 novembre. È Axios a riassumere le principali restrizioni imposte dalle piattaforme digitali a Trump e ai contenuti più controversi a lui a vario titolo riferibili. Per restare in tema di social piuttosto frequentati, per esempio, TikTok ha immediatamente cancellato i contenuti taggati #stormthecapitol o #patriotparty quando hanno cominciato a essere condivisi durante le rivolte al Campidoglio e, già da tempo, in rispetto delle proprie policy per contrastare l’odio su TikTok, la piattaforma oscura quelli relativi a hashtag come #stopthesteal (il claim più usato da Trump e i suoi sostenitori in riferimento ai presunti brogli elettorali).
Durante l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2020 TikTok ha bloccato vari contenuti controversi taggati con hashtag come #stormthecapital o #patriotparty. Come spesso accade, però, gli utenti hanno provato ad aggirare il blocco usando versioni leggermente diverse (per ortografia o grazie all’uso di simboli, ecc.) dell’hashtag. Fonte: TikTok
Identico l’approccio di Pinterest che penalizza i contenuti, e al suo interno non sono molti, quando associati ad hashtag manifesto di complottisti e più estremisti sostenitori del programma di Trump. Twitch ha disabilitato il canale ufficiale di Trump, nato durante l’ultima campagna elettorale con ogni probabilità nel tentativo di parlare anche a un pubblico più giovane e sull’onda del successo della piattaforma per il live streaming di Amazon, subito dopo i fatti del Campidoglio condannando la «retorica incendiaria» del presidente e per evitare che la stessa «incitasse a ulteriore violenza». Anche Reddit ha chiuso, per ragioni simili, una serie di gruppi a sostegno informale del presidente Trump. Più inaspettate, invece, anche agli occhi degli addetti ai lavori, le decisioni di Shopify, Google e Apple. Il primo, una piattaforma di eCommerce più che un vero e proprio social network, ha disattivato un paio di negozi virtuali che vendevano merchandise della campagna presidenziale Trump 2020, quindi indirettamente sovvenzionandola. Quanto a Google, la prima reazione da Mountain View all’assalto a Capital Hill dei riottosi pro Trump è stata quella di cancellare completamente da YouTube il video in cui Trump sembrava mostrare apprezzamento per gli scontri (lo stesso video in cui Trump definiva «davvero speciali» i protagonisti dell’assalto e che era stato ragione della prima sospensione temporanea dell’account Twitter dell’ex presidente). Il video è in effetti ancora introvabile sulla piattaforma e YouTube ha deciso di penalizzare i canali che pubblicano video «contenenti affermazioni false o violanti le policy» con restrizioni sul caricamento di nuovi contenuti o sulla possibilità di andare in diretta, restrizioni che potrebbero trasformarsi nella chiusura a tempo indeterminato del canale dopo più di tre avvertimenti in novanta giorni.
Così Parler, l’app in voga tra la destra americana, è scomparsa daGLI APP store
Più recente è la notizia secondo cui Google avrebbe rimosso dai propri playstore Parler, un’app piuttosto amata dalla destra americana, rendendola di fatto inutilizzabile per i dispositivi Android. A giustificare il tempismo, il team di Google Play Store avrebbe addotto la motivazione che, già da settimane, era stato chiesto ai responsabili dell’app una migliore policy per la moderazione dei contenuti, soprattutto quelli che in diverso modo rappresentavano un «pericolo pubblico», come riporta la CNN. In questo senso la decisione di Google sarebbe venuta, tra l’altro, dopo quella di Apple. Racconta BuzzFeed News, da Cupertino avrebbero chiesto con una lettera ai responsabili di Parler di prendere provvedimenti seri contro i contenuti capaci di «facilitare attività illegali e pericolose» circolanti al suo interno, pena l’impossibilità da parte dell’azienda di continuare a garantire la disponibilità dell’app all’interno del proprio App Store.
Molti screenshot simili circolano in Rete dal 9 gennaio 2020: Parler, un’app molto gradita alla destra americana e più in generale a un’audience conservatrice, sarebbe down dopo che i maggiori app store hanno deciso di renderla indisponibile per il download. Fonte: Medium, @RobSturgeon
Il colpo di grazia è arrivato, comunque, lunedì 11 gennaio quando Amazon ha disabilitato i server che ospitavano Parler, di sua proprietà, rendendo di fatto il social network offline e disattivo.
Se trump bannato dai social media fa sorridere (e godere gli oppositori politici)
Naturalmente Trump bannato dai social media non poteva passare inosservato a chi quegli stessi social media li frequenta ogni giorno. Da un lato, per esempio, i «superfan» di Trump – così li chiama New York Post – avrebbero deciso di abbandonare anche loro Twitter dopo la sospensione permanente di @realDonaldTrump, in un segno di protesta che, per certi versi, ricorda per contraria il Great Unfollow da parte degli elettori delusi dalle gesta del repubblicano. Per tutto sabato 9 gennaio, infatti, “Goodbye Twitter” è stato tra i trend di giornata. D’altro canto soprattutto i detrattori, non solo americani, di Trump hanno fatto molta ironia sul destino toccato a quello che è stato forse il presidente più social di sempre: Trump bannato dai social media è diventato, così, il tema di innumerevoli meme , dimostrando che il vecchio polbusting è ancora uno dei modi che gli internauti hanno per partecipare a costo (quasi) zero al dibattito politico più stringente e, forse, che più che di politica pop sia tempo di parlare di politica trap (a patto, certo, di considerare la trap come un’evoluzione vagamente kitsch della musica leggera).

Trump bannato dai social media “a tempo indeterminato” è stato, prevedibilmente, oggetto di numerosi meme e di tanta ironia da parte delle Rete. Come in altre occasioni, il polbusting è stato per molti internauti una forma di partecipazione al dibattito politico del momento.

Tra il serio e il faceto è, invece, la proposta di cancellare Trump anche da Mamma ho riperso l’aereo: il presidente uscente ha un cameo di pochi secondi nella pellicola cult della anni Novanta in cui interpreta se stesso, ma l’appello ironico della Rete è ora quello di usare le tecniche di elaborazione digitale dell’immagine per rimpiazzare Trump con un altro attore (magari, perché no, con Christopher Plummer che sa già come si fa a mettersi nei panni di un personaggio improvvisamente colpito dalla damnatio memoriae, avendolo dovuto fare in un passato recente con Kevin Spacey, ndr).

Digitally remove him from Home Alone 2 next
— Joseph Longo (@josephlongo_) January 8, 2021

Il risultato è stato così che l’hashtag #HomeAlone2 è improvvisamente, e inizialmente inspiegabilmente, comparso tra i trending topic su Twitter dopo il ban di Trump.

Regole, libertà di espressione, logiche di mercato e competitive: qualche riflessione a margine del ban di trump dai social media
Soprattutto tra gli addetti ai lavori questa corsa a bannare Trump dai social media ha riaperto un dibattito – forse mai chiuso, in realtà, se non addirittura mai affrontato adeguatamente – sul rapporto tra big tech e potere. Alcune delle parole chiave da cui questo dibattito sembra essere stato catalizzato sono: censura e libertà di espressione, cancel culture, neutralità e (necessità di) regolamentazione della Rete e, ancora, pubblico e privato.
Chiudendone gli account – è questa una delle argomentazioni principali di chi si è detto contrario al «deplatforming Trump» – è come se si fosse scelto di censurare uno dei personaggi politici più rilevanti al mondo e di reprimerne la libertà di espressione. Anche le più alte tutele alla libertà di opinione e di parola (basti pensare all’articolo 10 della CEDU, per esempio) prevedono, però, come limite alla stessa il pericolo per la sicurezza nazionale o la difesa dell’ordine pubblico e cinguettii come quelli condivisi da Trump durante l’assalto a Capital Hill rischiavano concretamente di fomentare ulteriormente le violenze.

Anche senza poter twittare immediatamente quello che gli passa per la mente – è questa una delle tesi piuttosto condivise dai meno apocalittici rispetto alla notizia di Trump bannato dai social media – Trump gode della costante attenzione dei media di tutto il mondo e il suo status gli assicura una tale notiziabilità che sembra insensato parlare di censura o impossibilità di esprimere la propria opinione.

Per anni del resto, come anche altri politici, ha goduto di una sorta di condizione privilegiata rispetto alle regole dei principali social media: alcune piattaforme, tirandosi contro non poche polemiche, hanno deciso di non fare fact-checking per esempio su contenuti organici e sponsorizzati postati dall’account personale, come da quelli dello staff, perché dell’idea che gli elettori avessero il diritto di conoscerne fino in fondo le proposte politiche e di farsi un quadro più completo possibile rispetto alla persona che stavano votando. Sospendendolo a tempo indeterminato, ma solo dopo ripetute violazioni delle proprie policy, le big tech avrebbero finalmente trattato Trump come uno qualsiasi dei propri utenti: del resto, scrive Arianna Ciccone su Valigia Blu, «@Fiorellino86 con i suoi 50 follower se incita all’odio, alla violenza e al terrorismo viene bloccata sui social per il mancato rispetto dei termini di servizio. E nessuno si straccerà le vesti per la libertà di espressione di @Fiorellino86. E allora perché se invece lo fa il presidente degli Stati Uniti, che invece di raggiungere un pugno di utenti ne raggiunge milioni, si alza un grido disperato a difesa del suo diritto di odiare, chiamare alla violenza e delegittimare sistematicamente ogni istituto democratico?».
Dalla cancel culture alla necessità di assicurare la neutralità della Rete, soprattutto in riferimento alla vicenda di Parler, tante risposte sono state date a questa domanda da parte di chi reputa “inopportuno” o “esagerato” il ban di Trump dai principali social media. Il rischio, chiudendo di colpo profili da cui per almeno un decennio sono passati i fatti della politica americana e internazionale, sarebbe quello di cancellare, con un altrettanto improvviso colpo di spugna, un pezzo di storia in cui non si può certo dire che nessuno abbia creduto. Allo stesso modo rendendo impossibile – o macchinoso, almeno – l’accesso ad alcuni servizi con unica discriminante la loro popolarità all’interno di un certo tipo di elettorato verrebbe meno quell’idea idilliaca di Internet come Rete orizzontale, democratica, aperta a tutti (ideale, però, che non deve essere poi così tanto caro neanche al presidente uscente, considerate le energie spese in campagna elettorale nella guerra contro TikTok che, se vinta, poteva avere effetti del tutto simili al ban di Trump dai social media).
Qualunque sia la posizione che si sceglie di sposare rispetto alla “depiattaformizzazione” di Trump appare chiaro, insomma, che la questione è complessa e ne chiama in gioco tante altre, tra cui sicuramente «il rapporto tra noi e le piattaforme e tra queste e la posizione assunta nel dibattito pubblico», come twitta Giovanni Boccia Artieri.

Impostare la discussione #deplatformtrump sul tema libertà di espressione o su “allora voi sostenete un fascista” è sbagliato. Il problema è più profondo. Riguarda il rapporto tra noi e le piattaforme e tra queste e la posizione assunta nel dibattito pubblico.
— Gio. Boccia Artieri (@gba_mm) January 9, 2021

Facebook, Twitter, ma anche Google o Amazon sono privati e, in quanto tali, legittimati a stabilire termini di servizio di cui pretendere il rispetto da parte di chi quegli stessi servizi li utilizza ogni giorno. Allo stesso tempo su Facebook, su Twitter e anche su Google o su Amazon si svolgono ogni giorno pezzi di vita pubblica che richiederebbero adeguati check and balance. Il grande tema in gioco è, in altre parole, quello della regolamentazione del digitale, rispetto al quale è difficile trovare attori desiderosi di prendersi davvero la responsabilità. Le audizioni di Mark Zuckerberg davanti al Congresso americano potrebbero aver rappresentato, anzi, la prova evidente di un gap incolmabile, di un’incompatibilità culturale, linguistica persino, di strumenti di comprensione adeguati tra chi dovrebbe legittimamente normare e i soggetti da normare. Una delle metafore più classiche quando si parla di responsabilità delle piattaforme è, non a caso, quella piuttosto analogica dell’editore vs edicolante: chiedere a Zuckerberg, o a chi per lui, di scegliere se essere semplicemente un edicolante e, quindi, lasciar circolare qualsiasi cosa sulle proprie piattaforme o se essere editore (ipotesi, quella di potersi definire una media company, comunque scartata con caparbietà e più volte da Zuckerberg, evidentemente cosciente delle responsabilità che ne deriverebbero) e dover esercitare, quindi, un certo controllo sui contenuti condivisi non coglie appieno le sfide della platform society e, a ben guardare, le più semplici logiche di mercato.
Sono imprese Facebook, Twitter, Google, Amazon e, come tali, hanno responsabilità anche e prima di tutto verso soggetti dal rilievo non indifferente come gli utenti, il mercato, gli stakeholder . Per certi versi, insomma, twitta Ezra Klein, Trump bloccato dai social media è «finalmente» quello che abbiamo sempre chiesto alle piattaforme a gran voce di fare, spesso restando delusi tra l’altro per un certo lassismo dimostrato: fermare le fake news ed evitare evidenti manipolazioni delle informazioni.

They are doing what he asked them to do. They are doing exactly what one would do if you believed what he was saying. Don’t act surprised.
Republicans elites convinced themselves that Trump is taken seriously, not literally. Millions take him literally.
— Ezra Klein (@ezraklein) January 6, 2021

Senza contare che per Facebook bloccare Trump potrebbe essere stata semplicemente una strategia competitiva, per non mostrarsi indietro rispetto a Twitter che del resto aveva già preso nei mesi scorsi delle posizioni forti contro azioni decisamente poco fair del candidato repubblicano.

A sua volta, per Twitter bloccare Trump potrebbe essere stato soprattutto una necessità per mantenersi fedele ai propri utenti, al proprio staff, alle loro posizioni sociali e politiche: è ancora The Verge a rivelare di una lettera inviata ai dirigenti di Twitter da alcune centinaia di impiegati subito dopo l’assalto del Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump per chiedere di bloccarne in qualche modo i profili. Quella per le presidenziali americane 2020 è stata una campagna elettorale durante la quale anche i big del social networking, come i più grandi brand di diversi settori, hanno scelto la via del brand activism con policy e misure pensate ad hoc per preservare l’integrità del proprio servizio e delle proprie community anche mentre si avvicinava il momento di andare alle urne.

C’è un’ultima questione non meno importante da considerare nel dibattito sulla “depiattaformizzazione” di Trump: c’è in effetti da decidere, a breve, su alcuni aspetti riguardanti la regolamentazione delle big tech – la famosa Sezione 230 del Telecommunication Act del ’96 così poco cara a Trump – e nessuno vorrebbe comprensibilmente trovarsi nella posizione di aver sostenuto, più o meno esplicitamente, l’avversario giurato degli attuali decisori.

So Donald Trump is going to build his own social network while also repealing 230. Got it, got it. That should work well.
— Julie Samuels (@juliepsamuels) January 10, 2021

Il tempismo, cioè, sembra suggerire che il problema di Trump è prima di tutto e soprattutto un problema politico, per parafrasare il titolo di un altro articolo di Valigia Blu sulla questione.

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